«La boje, la boje e de boto la va de fora»: bolle, bolle, e tra un attimo trabocca. È un modo di dire veneto, quello della pentola sul fuoco. Nel 1884 diventò il grido di migliaia di braccianti del Polesine, e poi del Mantovano: il nome di uno dei primi grandi movimenti contadini dell'Italia unita.
La pentola era sul fuoco da tempo. Nel settembre 1882 l'Adige ruppe gli argini e allagò quasi metà della provincia. Negli stessi anni il crollo internazionale dei prezzi del grano mise in crisi l'agricoltura, e i proprietari reagirono abbassando le paghe. Nelle campagne erano diffuse la pellagra, malattia della fame, la malaria e l'analfabetismo.
Nel giugno 1884, in piena mietitura, la provincia di Rovigo fu attraversata da scioperi che coinvolsero migliaia di lavoratori. A Polesella i mietitori incrociarono le braccia per trenta giorni. Le autorità mandarono i carabinieri, e i soldati a sostituire i lavoratori nei campi. La protesta si estese al Mantovano, dove la organizzavano la Società di mutuo soccorso di Eugenio Sartori e l'associazione guidata da Francesco Siliprandi.
La risposta arrivò nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1885: più di centocinquanta arresti tra contadini e dirigenti. Ventidue imputati furono portati davanti alla Corte d'Assise di Venezia, accusati di attentato alla sicurezza dello Stato. Il processo, cominciato nel febbraio 1886, fu seguito in tutta Italia: tra i difensori c'erano Enrico Ferri ed Ettore Sacchi, e Andrea Costa lo raccontava per il Messaggero. Il 27 marzo 1886 arrivò la sentenza: tutti assolti.
Le condizioni dei braccianti, però, cambiarono poco. Per molti l'unica via d'uscita fu partire: tra il 1887 e il 1900 dal Polesine emigrarono circa 63.000 persone, molte verso il Brasile. Il grido della boje restò come simbolo, raccolto negli anni seguenti dalle leghe socialiste e cattoliche. Pochi mesi dopo gli arresti, il 22 maggio 1885, nasceva a Fratta Polesine Giacomo Matteotti: il museo virtuale della sua Casa Museo dedica oggi una sala a quella stagione.


