Su una via periferica, a pochi metri dal cimitero cittadino, una facciata quasi anonima e spessi muri di mattoni custodiscono l’ultima memoria della comunità ebraica di Rovigo. Non ci sono insegne vistose a segnalarlo: bisogna sapere che c’è. Il cimitero di Via Stacche fu costruito ex novo quando la legge vietò le sepolture all’interno delle mura cittadine. È l’ultimo cimitero ebraico edificato a Rovigo. Dalla strada si nota appena; oltre il muro, invece, si apre un luogo di silenzio e raccoglimento.
Una comunità in novecento nomi
All’interno si conservano circa 900 lapidi. Portano i nomi di cittadini comuni e di figure di rilievo di una comunità che nel 1870 contava 430 persone. Poi la comunità si ridusse progressivamente, fino a essere aggregata a quella di Padova nel 1930. Ogni nome è una storia, e tutte insieme raccontano una comunità. Oggi non esiste più come entità autonoma. L’ultimo funerale si è svolto nel 2014, per la professoressa Dina D’Angelo, morta a 101 anni: un ultimo saluto, a oltre ottant’anni dall’aggregazione a Padova. Qui la storia ebraica rodigina si è chiusa in tempi recentissimi.
Un patrimonio da riscoprire
Esiste anche un secondo cimitero ebraico, più antico, in Via Mure Soccorso. Si trova lungo il tracciato delle vecchie mura, vicino alla Rotonda, e conserva alcune targhe commemorative. Insieme, i due luoghi raccontano secoli di presenza ebraica in città: lontani tra loro, ma uniti dalla stessa memoria.
Il cimitero di Via Stacche è stato segnalato più volte al censimento FAI «I Luoghi del Cuore». Nel 2020 è stato aperto al pubblico durante le Giornate FAI di Primavera. È il segno di un’attenzione crescente verso un patrimonio poco conosciuto anche dagli stessi rodigini. Per chi riesce a visitarlo, è l’ultima tappa di un percorso nella memoria che comincia tra i vialetti di Piazza Merlin, dove sorgeva il ghetto. Visitarlo, quando è possibile, è un gesto di attenzione verso una storia che rischiava di essere dimenticata.




