Chi arriva a Rovigo dalla pianura le vede da lontano. Due torri di mattoni si alzano sopra i tetti: una altissima e merlata, l’altra tronca, come spezzata da un colpo. Sono quanto resta del castello da cui la città è nata. E custodiscono un segreto che si nota solo guardandole bene: pendono entrambe.
Per capire perché, bisogna tornare indietro di mille anni. Nel X secolo i vescovi-conti di Adria scelsero un lembo di terra in mezzo alle paludi per costruire una fortezza. L’acqua era insieme difesa e minaccia. Rendeva il castello difficile da attaccare. Ma il terreno su cui poggiava era molle, fatto di acqua e di limo, tutt’altro che stabile.
Nei secoli il castello cambiò padrone più volte: gli Estensi, i Carraresi, infine la Repubblica di Venezia. Ognuno lo rafforzò a modo suo. E ognuno, senza volerlo, continuò a caricare di peso quella terra fragile.
La più alta delle due è la Torre Donà, considerata una delle torri medievali più alte d’Italia. L’altra è la più antica, e oggi tutti la chiamano Torre Mozza. Nel tempo la sua parte superiore è crollata. Quell’aspetto mutilato le ha dato il nome popolare.
Davanti a due torri storte, qualcuno si aspetterebbe una maledizione o un incantesimo. Qui non ce ne sono, e non serve inventarli. La spiegazione è scritta nel suolo. Il peso enorme dei mattoni ha fatto cedere, lentamente, il fondo paludoso del Polesine. Le torri si sono inclinate. E il cedimento ha contribuito anche al crollo della Torre Mozza.
È una storia senza fantasmi, ma non per questo meno suggestiva. Racconta una città costruita su una terra che si muove. La stessa terra di acqua e limo che, nei secoli, i fiumi del Polesine hanno allagato, spostato, ridisegnato.
Tra Ottocento e Novecento gran parte delle fortificazioni è stata demolita. Del castello non è rimasto quasi nulla. Le due torri, piegate ma in piedi, sono rimaste: testimoni ostinate di un’epoca scomparsa.
Oggi sono restaurate e, di sera, illuminate. Nel giardino ai loro piedi ci si può fermare e alzare lo sguardo. Basta un po' di attenzione per accorgersi che non sono dritte. E basta un po' di immaginazione per vedere, intorno, il castello che non c’è più.




