Tra l'Adige e il Po di Maistra il paesaggio cambia. La terra si assottiglia in argini, l'acqua si apre in grandi specchi salmastri, i canneti segnano i confini. Sono le valli da pesca: non laghi naturali, ma bacini costruiti e governati dall'uomo per allevare il pesce, nel punto in cui il fiume incontra la laguna.
Il nome stesso lo racconta. «Valle» viene dal latino vallum, l'argine: quello che si alzava per chiudere un tratto di laguna e trasformarlo in vivaio, come le piscinae piscariae dei Romani. Nei secoli i pescatori hanno affinato un sistema preciso. Le chiuse in muratura regolano l'ingresso e l'uscita dell'acqua secondo la stagione e il livello del fiume. Il lavoriero, una barriera di legno a forma di freccia con la punta rivolta verso il mare, sfrutta i movimenti dell'acqua per concentrare il pesce e catturarlo. Orate, cefali e branzini sono le specie di sempre.
Al centro di questo mondo c'era il casone, la casa del pescatore di valle. In origine aveva una struttura portante di legno, con pareti e tetto di paglia e piante palustri impastate con il fango; le versioni in muratura comparvero intorno al Seicento. Il cuore era un grande focolare centrale, sovrastato da un comignolo a forma di dado: serviva a scaldarsi, ma soprattutto ad affumicare le anguille, la riserva di proteine della famiglia.
Per generazioni chi viveva in valle ha conosciuto gli spostamenti stagionali del pesce tra mare e fiume come un calendario. Quel sapere non è scomparso: nelle valli e nelle lagune del Delta oggi si allevano anche vongole e cozze, che arrivano al mercato ittico di Chioggia e nei ristoranti della zona.
Per vedere i casoni il percorso giusto è la Via delle Valli, divisa in due tratti: a nord vicino a Rosolina, dove si affaccia la Valle Capitania, e a sud presso Ca' Pisani, a Porto Viro. Si percorre a piedi o meglio in bicicletta, lungo gli argini, tra aironi, anatre e fenicotteri. Lungo il percorso osterie e ittiturismi servono ancora il pesce delle valli.



