Il paesaggio del Delta del Po che vediamo oggi è in gran parte il frutto di una decisione politica. Fu presa a Venezia più di quattrocento anni fa.
Nel Cinquecento la Repubblica guardava con apprensione al Po di Tramontana, il ramo settentrionale del fiume. Con i suoi sedimenti minacciava di interrare la laguna verso Chioggia e di soffocare i commerci. Si temeva anche che l’Adige si unisse a quel ramo, peggiorando la situazione. Il dibattito tra tecnici e magistrati durò oltre mezzo secolo.
Il momento giusto
La svolta arrivò dalla politica. Nel 1598 Ferrara passò dagli Estensi allo Stato Pontificio, e il 1600 era anno giubilare: papa Clemente VIII non poteva permettersi una guerra.
Il 27 agosto 1599 il Senato approvò il progetto di Alvise Zorzi. Prevedeva un canale artificiale di circa sette chilometri, tra i territori degli odierni comuni di Taglio di Po e Porto Viro, che avrebbe deviato le acque del Po verso sud-est, in direzione della Sacca di Goro.
Sette chilometri di fatica
I lavori partirono nel 1600, sotto il doge Marino Grimani. Non furono facili: sabotaggi e scioperi li rallentarono più volte.
Il 16 settembre 1604 il provveditore Zuan Giacomo Zane comunicò al Senato che l’acqua era entrata nel canale. L’opera costò circa 300.000 ducati d’oro, il doppio del previsto.
Terre nuove dal mare
Le conseguenze furono enormi. Il Po, più rapido, cominciò a costruire nuove terre verso il mare. Il delta moderno avanzò nell’Adriatico a un ritmo molto più veloce che in passato. Su quelle terre appena nate i patrizi veneziani fondarono tenute e residenze.
Nel territorio pontificio accadde il contrario. La Sacca di Goro e i vecchi rami meridionali si interrarono, e vaste aree si impaludarono.
Oggi, guardando il Po di Venezia scorrere tranquillo, è difficile immaginare la fatica e le tensioni di allora. Eppure il paesaggio intorno porta ancora il segno di quel taglio.



