Sotto i portici di Piazza Vittorio Emanuele II, dentro l'Accademia dei Concordi, riposa un uomo che risalì il Nilo fino a un punto mai raggiunto prima nella ricerca delle sue sorgenti. Si chiamava Giovanni Miani. Era nato a Rovigo il 17 marzo 1810, figlio di Maddalena Miani, una donna di condizione modesta, e di padre ignoto.
Prima di diventare esploratore fu musicista e studioso. Pubblicò la prima parte di una Storia universale della musica, un progetto che gli costò quasi tutto il patrimonio. Nel 1848 combatté come artigliere volontario per la difesa del Veneto, e l'anno dopo fu costretto a lasciare la sua terra.
Il 10 maggio 1859 partì dal Cairo e risalì il fiume. Toccò Gondokoro nel gennaio 1860 e proseguì fino a Galuffi, intorno al terzo parallelo nord. Era il punto più vicino alle sorgenti raggiunto fino ad allora. Malato e senza mezzi, dovette fermarsi. Prima di tornare indietro, il 26 marzo 1860, incise il proprio nome sul tronco di un grande tamarindo. Quell'albero finì sulle carte geografiche dell'epoca come l'«albero di Miani», e altri viaggiatori lo ritrovarono negli anni successivi.
Miani tornò in Africa più volte. Nell'ultima spedizione, partita da Khartum nel 1871, si addentrò nella regione dell'Uele, nel cuore del continente. Lì, sfinito e malato, morì il 21 novembre 1872. La sua tomba fu violata. Nel 1879 l'esploratore Romolo Gessi ne recuperò i resti, che dopo varie vicende furono consegnati alla Società geografica italiana e infine riportati nella città natale.
La grande raccolta di oggetti che Miani portò dall'Africa, circa 1800 pezzi in quattordici casse, fu donata al Comune di Venezia ed è legata ancora oggi al Museo di Storia Naturale veneziano. Ma l'uomo è tornato a casa. Chi attraversa la piazza principale di Rovigo e alza lo sguardo verso il palazzo dei Concordi passa accanto all'ultimo approdo di un viaggiatore partito da qui per inseguire il grande fiume.



