Dietro la facciata ottocentesca della chiesa di San Francesco, nel cuore di Rovigo, c'è una storia che pochi rodigini conoscono. Qui, nel convento dei frati minori voluto per testamento da Obizzo II d'Este alla fine del Duecento, aveva sede il tribunale dell'Inquisizione per la diocesi di Adria e Rovigo.
Il primo inquisitore di cui si ha notizia certa compare nel 1547. Erano gli anni in cui le idee della Riforma protestante circolavano anche in Polesine, diffuse attraverso le confraternite. Tra queste idee c'erano anche quelle degli anabattisti.
Uno di loro si chiamava Benedetto da Asolo. Nel marzo del 1552 un testimone, interrogato dall'Inquisizione di Venezia, raccontò di essere stato avvicinato alle idee anabattiste da "Benedetto de Borgo da Asolo", che "poi fu brusato a Rovigo". Una condanna al rogo, dunque, eseguita in città.
Il tribunale era guidato quasi sempre da frati francescani. Fece eccezione il domenicano Pietro Martire Frachetti, inquisitore tra il 1569 e il 1590. Accanto a lui sedeva il vescovo: sotto Giulio Canani, vescovo dal 1554 al 1591, fu anzi la Curia stessa a condurre una repressione dell'eresia così intensa da lasciare poco spazio ai frati.
Le udienze si tenevano spesso nel Palazzo Pretorio, alla presenza del podestà veneziano e dei suoi consultori; altre volte nel palazzo vescovile o nel convento di San Francesco. Non si giudicavano solo eretici: nella seconda metà del Cinquecento arrivarono davanti ai giudici anche accuse di magia e stregoneria.
Qui il confine tra storia e leggenda si fa sottile. Secondo racconti tramandati in città, le streghe si sarebbero radunate dove oggi sorge il Tempio della Rotonda, per intrecciare malefici e preparare filtri d'amore. Nessun documento lo conferma: è la memoria popolare che ha dato un luogo alle paure di allora.
Il tribunale si sciolse con la caduta della Repubblica di Venezia, nel 1797. Oggi del convento restano parte del chiostro, una sala capitolare trecentesca e, ai lati del portale, gli stemmi con l'aquila estense. Entrare in San Francesco, dove si ammira una Pietà di Tullio Lombardo, significa camminare sopra un capitolo dimenticato della città.




