C’è un nome che nel Polesine si pronuncia con rispetto: Ficarolo. Qui, racconta la tradizione, nel 1152 il Po ruppe gli argini e non tornò più indietro.
Fino ad allora il grande fiume scorreva più a sud. Passava per Ostiglia, Bondeno e Ferrara, e poi si divideva in due rami, il Volano e il Primaro. Dopo Ficarolo nacque un corso nuovo, "assai più settentrionale", diretto verso nord-est. È quello che oggi chiamiamo Po di Venezia, il ramo che attraversa il Polesine fino al Delta. Il vecchio Po di Ferrara, lentamente, si spense.
Fu come se la pianura avesse cambiato il proprio disegno. Da quel momento, chi viveva qui dovette fare i conti con un fiume che aveva scelto da solo dove andare.
Gli storici, oggi, raccontano la vicenda con più cautela. Non una sola notte di furia, ma una serie di rotte cominciate nel 1152 e proseguite per circa un ventennio. Un cambiamento lento, quasi un trasloco del fiume.
Gli ingegneri delle epoche successive si sarebbero chiesti che cosa sarebbe successo se quella rotta non fosse mai avvenuta. Secondo alcuni, le paludi a sud si sarebbero colmate da sole di sedimenti, fino a diventare un fertile altopiano. Il nuovo corso, invece, rese più precario l’intero settore meridionale della pianura. E consegnò al Polesine il suo destino di "terra tra i fiumi": fertile e fragile insieme.
Su quel Po, per secoli, galleggiarono architetture curiose: i mulini natanti. Erano mulini costruiti su barche, ancorati lungo le sponde, con grandi ruote mosse dalla corrente. Lungo il fiume, da Cremona alla foce, ne sono documentati oltre trecento.
Sui mulini lavoravano i mugnai, che vivevano letteralmente sull’acqua. Avevano perfino una cucina tutta loro. Nel Cremonese e nel Ferrarese si ricordano gli gnocchi "alla mulinèra", fatti di sola farina e acqua. Secondo la tradizione li preparavano soltanto gli uomini, perché le loro mani callose sopportavano meglio l’impasto bollente.
Il Po, insomma, non è soltanto un confine sulla carta. È un personaggio che ha scritto la storia di questa terra. Ha deciso dove sarebbero passati i commerci, dove si sarebbe coltivato, dove si sarebbe dovuto alzare un argine.
E a Ficarolo, guardando il fiume, si capisce che quel personaggio non ha mai smesso del tutto di decidere da sé. Ogni piena, ogni argine rinforzato, ogni campo strappato all’acqua è un capitolo nuovo della stessa storia, cominciata qui più di otto secoli fa.




