Pochi lo sanno, ma il mare Adriatico porta il nome di una cittadina che oggi il mare non lo vede più. Adria, l’antica Atria, era un porto affacciato sulla costa, vicino alle foci del Po. Già all’inizio del VI secolo a.C. era un emporio etrusco frequentato da mercanti greci.
Gli autori latini lo ricordano. Tito Livio scrive che il mare Adriatico prende il nome da Atria, colonia degli Etruschi (Ab Urbe condita, V, 33). Plinio il Vecchio aggiunge che quel mare «un tempo si chiamava Atriatico» (Naturalis Historia, III, 120). Il Museo Archeologico Nazionale custodisce le prove di questa storia.
Una passione di famiglia
Il museo nacque dentro una casa privata. Dal 1787 Francesco Girolamo Bocchi trasformò la sua collezione in un museo domestico. Lo visitarono ospiti illustri, come l’epigrafista tedesco Theodor Mommsen.
All’inizio del Novecento il Comune acquistò i reperti dei Bocchi e nel 1904 aprì un museo civico, trasferito nel 1934 a palazzo Cordella. La sede attuale, progettata dall’architetto Giambattista Scarpari, fu costruita tra il 1956 e il 1957 e inaugurata nel 1961. Dal 1972 è Museo Archeologico Nazionale.
Il guerriero e i suoi cavalli
Il 25 maggio 1938 la terra di Adria restituì il suo tesoro più celebre: la Tomba della Biga. Dentro c’erano gli scheletri di tre cavalli bardati e un carro da guerra a due ruote del III secolo a.C.
Il carro era di legno. Di lui si sono conservate solo le parti metalliche, come i cerchioni delle ruote e i coprimozzi. Eppure basta poco per immaginarlo intero, con i cavalli pronti a partire. Secondo l’interpretazione riportata dalle schede enciclopediche, la sepoltura apparteneva a un giovane guerriero aristocratico.
Un mondo di scambi
Intorno a questo racconto il museo apre altre finestre sul mondo antico. Ci sono ceramiche attiche a figure nere e rosse, bronzi etruschi, iscrizioni etrusche e romane. E c’è una raccolta di vetri romani di grande pregio, fragile e luminosa.
Sono oggetti arrivati da lontano o nati qui, che raccontano un porto aperto al Mediterraneo. Camminando tra le vetrine si capisce come una piccola città di pianura abbia potuto dare il nome a un intero mare.




